Trani: nel cuore della crisi, report dall'industria calzaturiera

Caratterizzatasi come settore trainante dello sviluppo economico locale tra gli anni ottanta e novanta, l’industria calzaturiera tranese ha subito nell’ultimo decennio una contrazione della produzione che in alcuni, rari casi ha rispecchiato l’andamento generale di un settore in forte crisi su tutto il territorio nazionale, in altri ha manifestato delle debolezze strutturali inconsuete, molto più profonde, con conseguenze sulla produzione e, più in generale, sul tessuto economico cittadino gravissime. I dati (purtroppo imprecisi) del Consorzio Trani Calzature indicano che delle circa 130 aziende calzaturiere presenti sul territorio nel 2003, oggi ne sopravvivono una quarantina. Molte di queste sono destinate a chiudere in tempi brevi dovendo subire un calo della produzione che oscilla tra il 50 e il 70%. Ciò ha comportato un abbassamento dell’occupazione nel settore del 60%, settore che fino al 2005 dava lavoro a 3.000/4.000 persone. La crisi dell’occupazione è una piaga che affligge il nostro territorio e che meriterebbe un’ampia trattazione che non può godere del giusto spazio in questo reportage. Lo stesso Presidente del Consorzio, Felice Di Molfetta, non nasconde la sua preoccupazione. Con questi dati nasconderla sarebbe stato francamente impossibile.


Cercare di fare luce sulle specificità del settore calzaturiero locale non è affatto semplice. Si tratta di un lavoro tecnico, che prevede competenze specifiche. Si è cercato quindi di compiere un viaggio in un settore che nei decenni passati ha lasciato intravedere orizzonti di crescita impetuosa ma che ha subito fortissime contrazioni, falcidiando il numero delle aziende e, conseguentemente, degli occupati nel settore. Ma a cause economiche, quelle che i tecnici definiscono “congiunturali”, si devono aggiungere fattori culturali, fenomeni di costume, aspetti sociologici che, nel complesso, possono permettere una visione globale. La fotografia che si cercherà di catturare non sarà nitida in tutte le sue parti, ma può consentire di farsi un’idea, magari indistinta, di un panorama a tratti desolante.


Percorro via Papa Giovanni XXIII. Le difficoltà iniziano qui, prima ancora di cominciare le interviste, quando ancora attraverso il lungo viale che è stato il cuore della produzione manifatturiera tranese. È sera, la strada è poco trafficata ma comunque difficile da percorrere: grossi camion cercano di aggirare buche che costituiscono un pericolo anche per i loro copertoni e a me tocca di evitare le loro manovre e le buche che spuntano dai rimorchi. Il problema delle buche è arcinoto, ma in questo caso si fa leggere come un simbolo di un cortocircuito sempre più evidente tra economia locale e politica, intendendo questa non come amministrazione di questo o quel governo, ma come il contenitore della vita di una città.


Pochissimi degli intervistati hanno voluto che il loro nome fosse riportato nell’articolo. Se parlare della propria azienda in crisi non è ovviamente cosa gradita, farsi individuare come azienda in procinto di smettere la propria produzione è del tutto indesiderabile. Si cercherà di focalizzare l’attenzione sulle loro dichiarazioni, come quelle che mi sono state fatte dal proprietario di una grossa azienda che negli anni d’oro arrivava a dare lavoro a quaranta persone: «Quando ho cominciato a produrre scarpe avevo poco più della tua età [26, ndr]. Si aveva voglia di fare, energie da impiegare, si sono fatti investimenti importanti e la produzione prometteva davvero bene. In pochi anni abbiamo comprato diversi capannoni, aumentando costantemente la produzione. Dal 2005 in poi le vendite si sono improvvisamente contratte. Del 30% tra il 2005 e il 2007, del 60% nel biennio successivo. Ho dimezzato il numero dei miei operai e probabilmente altri nelle prossime settimane dovranno andare in cassa integrazione. Le vendite continuano a diminuire, la produzione oramai non conviene più, si può solo commercializzare, allearsi con i nuovi produttori». Inevitabile il riferimento alla Cina. Concorrenza sleale? «No, concorrenza. È inutile fare la guerra ai cinesi, è una strategia che non paga e chi lo ha fatto diminuendo il prezzo della scarpa ha chiuso in tempi brevissimi. Loro hanno un costo del lavoro che da noi è impensabile». Il riferimento alla Cina è ovviamente un gingle che ritorna ad ogni intervista, ma sono sinceramente in pochi quelli che vedono nel prodotto cinese un nemico assoluto. «Io ad esempio» spiega l’intervistato « riesco a commercializzare prodotti cinesi di buona fattura anche se in ecopelle. È l’unica alternativa alla produzione e sembra funzionare».


L’ecopelle. Più prosaicamente detto “sintetico”, è il materiale maggiormente utilizzato dall’industria calzaturiera tranese che, negli anni passati, si è caratterizzata con una produzione di qualità medio-bassa. Poche le aziende che hanno riqualificato la loro produzione. Chi lo ha fatto ha letto in anticipo le prime avvisaglie che arrivavano dal distretto di Barletta. Lì infatti si producevano scarpe con suola in gomma, di facile produzione a livello industriale, con un apparato tecnologico altrettanto semplice da acquistare e mettere in funzione. La scarpa da donna che invece si produce a Trani ha un’elaborazione più complessa, più artigianale, ma in Cina si è messo davvero poco ad apprenderne le tecniche e ad acquistare i macchinari necessari alla produzione. Oggi il prodotto dozzinale cinese, anche sulla scarpa da donna, non ha nulla da invidiare a quello locale, vantando di un prezzo di produzione inarrivabile. È in questo discorso che si inseriscono le aziende che hanno cominciato sì a diminuire la produzione, aumentandone però la qualità, aprendosi a mercati diversi, dove a pagare non fosse la competitività del prezzo, ma la qualità del prodotto. Il responsabile commerciale di una di queste mi spiega che «Trani negli anni ’80 e ‘90 era “la Cina” di oggi. La nostra scarpa non aveva competitori, proponevamo il prezzo più a buon mercato ed esportavamo in tutta Europa. La crescita della produzione era impetuosa, ma come tutte le crescite di questo tipo non era destinata a durare. Quando la Cina è entrata nel mercato abbiamo subito forti contrazioni, ma si è cercata una soluzione investendo nella qualità del prodotto e nel design. Qui continuiamo a non avere grossi competitor, ma, se la storia insegna qualcosa, molto presto anche in Cina si comincerà a puntare sulla qualità. La situazione è complessa, non ti nascondo che spesso anch’io non vedo uno spiraglio di luce. Già si incomincia a pensare a nuovi investimenti in altri settori produttivi; la produzione, anche di un certo livello, è destinata a diminuire ancora, forse a sparire nell’arco di pochi anni». Incuriosito dalla sua dichiarazione, gli chiedo quale target di riferimento abbia la sua produzione. Insomma, quale consumatore compra una scarpa di qualità medio-alta. «Bella domanda. Il fatto è che il nostro target sta scomparendo. Non c’è più chi compra una scarpa buona ed è disposto a pagarla il suo prezzo. Si diversificano gli acquisti. Anche chi non potrebbe permetterselo compra la griffe a prezzo esorbitante, magari dilazionando il pagamento, per poi acquistare prodotti di infima da indossare tutti i giorni. È così ovunque». Mi accompagna in un giro per il suo capannone. Un giovane operaio in pausa digita lo schermo di un I-Phone. Ci scambiamo un’occhiata che da sola basta a fare di quell’immagine una prova empirica di quanto detto in precedenza. È un po’ la crisi del ceto medio, un po’ un’incauta attrazione per la griffe, fattori insieme chiudono un cerchio la cui circonferenza è un serpente che si morde la coda: un po’ Guy Debord, un po’ il Marchese De Sade.


L’apertura del mercato alla Cina è sicuramente tra i fattori scatenanti della crisi. Ma non solo. Un’imprenditoria spesso improvvisata, che ha mancato di un forte radicamento, di una cultura industriale capace di far fronte alla complessità del mercato globale, ha subito le recenti trasformazioni pagando pesantemente il prezzo della propria inadeguatezza. A detta degli interessati è mancata la capacità di serrare le fila dell’imprenditoria locale, sfruttare le possibilità di “fare consorsazione”, di evitare di farsi la guerra a chi offriva il prezzo migliore rischiando di vedere i propri bilanci pesantemente in passivo. A mancare quindi è stato il sapere dei tecnici, di chi avrebbe potuto individuare strategie alternative e di cooperazione. Ma a mancare è stata soprattutto la mentalità imprenditoriale e una certa cultura d’impresa capace di coinvolgere tutta l’azienda, operai compresi. «Molti sono diventati imprenditori senza esserlo» ha dichiarato uno degli intervistati. «Attratti dai facili guadagni, molti hanno smesso di guardarsi alle spalle, hanno dimenticato di rendere solide le fondamenta della propria impresa; spesso, ma non sempre, sono stati loro a pagare per primi. Ma c’è anche da dire che gli imprenditori sono stati troppo spesso lasciati soli». Già, perché soffermarsi sulle responsabilità delle imprese è necessario ma troppo semplice, quasi un de profundis che francamente ci si vorrebbe risparmiare. La creatività di quanti hanno riqualificato la produzione, puntato su un design giovane e innovativo, investito in pubblicità e marketing, dovrebbe fare da monito a chi ha il compito di accompagnare l’imprenditoria locale verso orizzonti ancora troppo angusti, ma che a tratti lasciano ben sperare.


La richiesta di una maggiore sinergia tra imprese e politica che tutti gli intervistati hanno avanzato, sarebbe quanto mai auspicabile, perché la libera iniziativa delle imprese è base imprescindibile di una società come la nostra, ma compito della politica è fare in modo che non si ricada negli errori del passato, aiutare le imprese nella costruzione di fondamenta più solide, meno passibili delle incognite del mercato globale. La famosa legge Regionale 23 per la “promozione e riconoscimento dei distretti produttivi” va esattamente in questa direzione ed è obbiettivo anche del Consorzio Tranese cercare di sfruttarla.


Ritornare tra qualche anno su via Papa Giovanni XXIII e leggere nell’asfalto, nel traffico, nella struttura del distretto, nelle voci delle persone una semantica diversa è un auspicio che sarebbe cinico non augurarsi, ma soprattutto un obbiettivo il cui perseguimento non consente a nessuno di farsi da parte.


Arcangelo Rociola (pubblicato da Il Giornale di Trani il 30/01/2010)


 

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